DRiiiiN.
Riconosco subito il numero sul display: è quella certa signorina che si è vista privare di due consonanti fondamentali da un destino cinico e baro. Una consonante in meno nel nome, una nel cognome. Il risultato è un’identità che pare raccontata dal servo muto di Zorro.
Ella presta servizio in una di quelle agenzie di lavoro che, in questo storico momento storico, stanno tentando di “collocare adeguatamente una figura professionale” come la mia.
Il mio primo pensiero alla comparsa di quel numero è: “Cavolo! Mi hanno presa!”.
Achtung baby, però! Il mio “cavolo” non è un ortaggio di esultanza, bensì l’espressione vivida della mia follia distillata. In segreto, e nemmeno poi tanto, vivo nella speranza che nessuna azienda al mondo, di qualsiasi dimensione e peso, voglia più saperne della sottoscritta. Desidero prepotentemente che il globo terracqueo mi lasci tranquilla a far le mie traduzioni.
Questo è il mio pio desiderio, ma so anche che pagare le bollette con i sospironi non è pratica universalmente accettata e, dunque, mi presto agli amari colloqui che dio vorrà mandarmi.
Ecco, uno di questi mi piove adesso dal telefonino. A dirla tutta è il terzo incontro con le stesse persone nella stessa ditta. Ditta che sembra a malapena poterle contenere, tre persone. Mi stupisce un po’ che dopo due colloqui fitti fitti, il primo durato un’ora intera, il secondo tre quarti buoni, mi si voglia ancora chiedere qualcosa.
“Hanno qualche dubbio sul tuo profilo.” mi ragguaglia l’incompleta.
“Destro o sinistro?” penso io, ma per non so quale miracolo divino, non lo dico.
Ok. Vediamo un po’ di fugar gli atroci dubbi.
Mi riceve, il giorno dopo, uno solo dei tre signori precedentemente conosciuti. E’ imbarazzato, guarda per terra, in su e in giù, dai un bacio a chi vuoi tu.
Io penso: “Vorranno parlare del vile denaro…”
Sì, magari.
Inizia un incespicante discorsino che si può collocare tra quello di uno studente-cipolla (come diceva mio papà) che pur non avendo aperto libro tenta di infinocchiare la professoressa, e la forza di espressione del mio ex-capo, il cui potere di decisione era secondo solo a quello della vongola cruda.
“La nostra, ehm, scelta...sì, ecco, si sarebbe incentrata su di, ehm - cough-cough, sì, su di lei.”
“Oh cazzarola!”, penso. “Grazie”, rispondo.
“Ci sarebbe solo un però.”
“Li sordi.” penso.
“Lei mi diceva di aver in corso una convivenza.”
No, bello, io non ho in corso una convivenza, non ti lascerò ridurre a malattia esantematica la cosa più bella che mi sia mai successa!
“Se vuol metterla così, sì” rispondo.
“Vista anche la sua età, (stronzo), e non avendone ancora, immagino avrà intenzione di fare dei bambini.”
Quest’uomo ha la proprietà di linguaggio di un teletubby. Che diavolo vuol dire “fare dei bambini”?! Tirarne fuori una teglia dal forno? Impastarli col pongo?!
Restando calma con sempre maggiore fatica, decido di non formalizzarmi.
“Beh, certo. E’ nostro desiderio.”
“Ecco, questo potrebbe essere un problema per la sua assunzione.”
“Prego?”
“Eh sì, per carità...io le auguro di averne dieci (calma ciccio! poi veniamo a mangiare da te?!), ma capirà che qui ci troveremmo senza un elemento da un giorno all’altro, e siccome siamo già pochini , ecco, sa com’è…”
Lo so com’è, stronzo maschilista che non sei altro. Perché non ho mai un registratore, quando serve?!
E’ il mio turno di parlare, e scelgo - il motivo è esclusiva conoscenza del cielo - di dire così:
“Avete voluto permettere alle donne di entrare nel mondo del lavoro? Bene, questo è il rischio.”
Non l’avessi mai detto. Signor Imbarazzo si lancia col suo destriero in una filippica in difesa della figura femminile nella jungla della carriera difficile governata dal gorilla lilla, salvo poi tornare sul fatto che sarebbe molto carino da parte mia accettare di non aver dei figli, non adesso almeno, e visto che ho trentotto anni equivale a mai più, per avere l’impareggiabile possibilità di lavorare in quel buco di culo.
Non ho altra scelta che stare lì a sentire quel ronzio, ma già sono lontana. La mia decisione è presa, a tutto tondo.
Lo scandalo sta nella faccia tosta di certa gente, che gioca sporco con le quotidiane difficoltà altrui. Io sono una persona fortunata, posso ancora permettermi di dire no.
Ma chi non sa dove sbattere la testa? E’ lecito che questi vermi si permettano di mettere lingua su cose di tale importanza?
Ma dove minchia viviamo? Mi scuso per la delicatezza, anzi no.